Il gradino di pietra cotta
-beee-
Il claxon la destò e i suoi pensieri ,come l’acqua nel lavandino,vennero velocemente risucchiati in un vortice trasparente di dimenticanza. Si alzò lenta dal gradino di pietra cotta, facendo peso sulla gamba con la mano destra, mentre la sinistra scivolava sull’altra coscia con uno sfiorare stanco,le braccia inerti e deboli, ora poggiavano allungate e stirate lungo i suoi fianchi.
“Andiamo?” chiese lui
“Si” distratta rispose lei, rimase con il fiato in sospeso,poi emanò un sospiro ed ancora un sibilo muto le uscì, sembrava voler aggiungere altro, ma non aveva la forza di rassicurare in quel momento.
“Sei sicura?ti senti proprio pronta?”
“Si!” ripeté lei ed il rimbombo di quelle due lettere rimbalzò, per alcuni secondi, in alto e in basso, dietro e davanti alle loro spalle. Echeggiava solo l’eco del silenzio, che come uno specchio rifletteva e marcava solo la tristezza di quegli animi. Nessuno parlava, anche se lui avrebbe voluto farlo, ma la mente gli abortiva ogni frase pronta a nascere.
Gilda, guardava fuori dal finestrino, ancora sporco degli aloni delle gocce di chissà quale vecchio temporale, tempeste indolore che l’avevano bagnata in giorni felici, giorni ignari di quelli che li avrebbero seguiti, solo lacrime, ai suoi occhi, sarebbero ora state destinate a stillare dal cielo, non più pioggia. Il paesaggio scorreva veloce e i pensieri di lei scappavano, si sovrapponevano, non si lasciavano catturare; il mondo fuori e dentro a quel vetro le appariva tetro, il panorama in fuga, non aveva, per lei, che l’aspetto di una vasta radura morta, rivestita da nebbia fitta, che ingrigiva ogni cosa su cui posava; i suoi occhi non le permettevano altra vista, portava gli occhiali del dolore o forse, le si erano semplicemente rotti quelli della felicità. I buchi sull’asfalto le facevano sobbalzare i capelli, stropicciati dall’insonnia che nelle ultime notti le aveva fatto compagnia girandosi e rigirandosi nel letto insieme a lei.
Il suono della sirena di un’ambulanza la risvegliò da quello stato di completa assenza ed arresa; erano arrivati! Scesa dalla macchina entrò nell’edificio e attraversò sicura, come se per poco avesse riacquistato tutto il coraggio, il lungo corridoio freddo, i muri erano bianchi, di quel bianco sbiadito, che da tempo ha perso la sua nitidezza, a un metro di altezza era tracciata una lunga linea rossa, alta pochi centimetri, che separava la parte ruvida e la parte liscia della lunga parete. Le luci al neon rendevano quel luogo ancor più tetro di quanto già fosse ed ogni due o tre lampade, ce n’era una semi deteriorata che lampeggiava a scatti irregolari. Gilda camminava lenta, alzando ogni tanto lo sguardo e osservando il soffitto e quelle lunghe e vecchie luci tristi, tentando di distogliere il pensiero, per alcuni istanti, da ciò che si era decisa a fare.
Era alla fine, il momento era arrivato; entrò nella stanza dalle mattonelle bianche,lucide e lisce,due uomini la scrutarono, la salutarono con sguardi bassi, erano abituati a tutto questo, a tutta questa tristezza. Gilda si avvicinò al grande cassetto argentato e in quel momento sentì una forte vampata gelata rovesciarsi su di lei fino ad invaderle le viscere e ghiacciarle le ossa, che le impedirono di muoversi per pochi secondi; tenne gli occhi fissi su ciò che le stava dinnanzi e le pupille le si mossero veloci a destra e a sinistra in un breve ballo isterico e disse:”Si, è lui!” .
L’aveva riconosciuto, era lui quel cadavere, ma era una conferma inutile, lei già sapeva, già lo aveva percepito. Si girò e con lo sguardo alto e fisso in avanti, ripercorse il corridoio a passo veloce, la vista le si annebbiò ed una lacrima gonfia ed opaca le scese lenta con il rumore di una catena arrugginita, aveva dimenticato quel sapore salato.
Il claxon la destò e i suoi pensieri ,come l’acqua nel lavandino,vennero velocemente risucchiati in un vortice trasparente di dimenticanza. Si alzò lenta dal gradino di pietra cotta, facendo peso sulla gamba con la mano destra, mentre la sinistra scivolava sull’altra coscia con uno sfiorare stanco,le braccia inerti e deboli, ora poggiavano allungate e stirate lungo i suoi fianchi.
“Andiamo?” chiese lui
“Si” distratta rispose lei, rimase con il fiato in sospeso,poi emanò un sospiro ed ancora un sibilo muto le uscì, sembrava voler aggiungere altro, ma non aveva la forza di rassicurare in quel momento.
“Sei sicura?ti senti proprio pronta?”
“Si!” ripeté lei ed il rimbombo di quelle due lettere rimbalzò, per alcuni secondi, in alto e in basso, dietro e davanti alle loro spalle. Echeggiava solo l’eco del silenzio, che come uno specchio rifletteva e marcava solo la tristezza di quegli animi. Nessuno parlava, anche se lui avrebbe voluto farlo, ma la mente gli abortiva ogni frase pronta a nascere.
Gilda, guardava fuori dal finestrino, ancora sporco degli aloni delle gocce di chissà quale vecchio temporale, tempeste indolore che l’avevano bagnata in giorni felici, giorni ignari di quelli che li avrebbero seguiti, solo lacrime, ai suoi occhi, sarebbero ora state destinate a stillare dal cielo, non più pioggia. Il paesaggio scorreva veloce e i pensieri di lei scappavano, si sovrapponevano, non si lasciavano catturare; il mondo fuori e dentro a quel vetro le appariva tetro, il panorama in fuga, non aveva, per lei, che l’aspetto di una vasta radura morta, rivestita da nebbia fitta, che ingrigiva ogni cosa su cui posava; i suoi occhi non le permettevano altra vista, portava gli occhiali del dolore o forse, le si erano semplicemente rotti quelli della felicità. I buchi sull’asfalto le facevano sobbalzare i capelli, stropicciati dall’insonnia che nelle ultime notti le aveva fatto compagnia girandosi e rigirandosi nel letto insieme a lei.
Il suono della sirena di un’ambulanza la risvegliò da quello stato di completa assenza ed arresa; erano arrivati! Scesa dalla macchina entrò nell’edificio e attraversò sicura, come se per poco avesse riacquistato tutto il coraggio, il lungo corridoio freddo, i muri erano bianchi, di quel bianco sbiadito, che da tempo ha perso la sua nitidezza, a un metro di altezza era tracciata una lunga linea rossa, alta pochi centimetri, che separava la parte ruvida e la parte liscia della lunga parete. Le luci al neon rendevano quel luogo ancor più tetro di quanto già fosse ed ogni due o tre lampade, ce n’era una semi deteriorata che lampeggiava a scatti irregolari. Gilda camminava lenta, alzando ogni tanto lo sguardo e osservando il soffitto e quelle lunghe e vecchie luci tristi, tentando di distogliere il pensiero, per alcuni istanti, da ciò che si era decisa a fare.
Era alla fine, il momento era arrivato; entrò nella stanza dalle mattonelle bianche,lucide e lisce,due uomini la scrutarono, la salutarono con sguardi bassi, erano abituati a tutto questo, a tutta questa tristezza. Gilda si avvicinò al grande cassetto argentato e in quel momento sentì una forte vampata gelata rovesciarsi su di lei fino ad invaderle le viscere e ghiacciarle le ossa, che le impedirono di muoversi per pochi secondi; tenne gli occhi fissi su ciò che le stava dinnanzi e le pupille le si mossero veloci a destra e a sinistra in un breve ballo isterico e disse:”Si, è lui!” .
L’aveva riconosciuto, era lui quel cadavere, ma era una conferma inutile, lei già sapeva, già lo aveva percepito. Si girò e con lo sguardo alto e fisso in avanti, ripercorse il corridoio a passo veloce, la vista le si annebbiò ed una lacrima gonfia ed opaca le scese lenta con il rumore di una catena arrugginita, aveva dimenticato quel sapore salato.

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